Notte bianca

Il post precedente, quello su come si svolge la notte, probabilmente mi ha “gufato” contro: ieri notte ho preparato il letto, l’ho scaldato per qualche minuto… e poi l’ho rivisto quando il sole stava ormai preparandosi a sorgere.

Come al solito preparo il letto verso mezzanotte: lenzuola, coperta, cuscino, bottiglia d’acqua… Sono pronta. Mi metto giù, il sonno viene quasi subito, ma altrettanto rapidamente suona il telefono del 118. Ragazza con dolore addominale in un paesino ad una decina di km di distanza. La ragazza è sofferente ma tranquilla, il viaggio fino all’ospedale sarebbe anche piacevole se non fosse per l’occhio che continua a cadere sul quadrante dell’orologio, facendo mentalmente conto di quante ore mancano al suono della sveglia. All’inizio del viaggio conto 6 ore di sonno, al termine 5.

Rientriamo in sede, il tempo di togliere scarponi e calze, di infilarmi sotto le coperte e di iniziare il pre-sonno… Ed ecco ancora il telefono che suona. Sono le 3, codice rosso in una fabbrica della città, persona incosciente. Corsa fino al garage, durante il viaggio inizio a preparare tutto l’occorrente per rianimarlo. Arriviamo al cancello, un collega ci fa grandi cenni e ci fa entrare nel capannone.

L’uomo è a terra, di lato, geme e si muove: per fortuna non è in arresto cardiaco, ma il suo aspetto non ci piace. E’ molto sudato, all’inizio pallido ma poi via via più rosso, non ricorda cosa è accaduto, non riferisce male da qualche parte in particolare, dice di non riuscire a respirare. Cerchiamo in tutti i modi di farlo reagire, di tenerlo sveglio, carichiamo subito in ambulanza per misurare i parametri ma sembra di essere sulle montagne russe: la pressione, le pulsazioni e la saturazioni vanno continuamente su e giù.

Arriva l’automedica, il medico fa eseguire diversi cicli di ECG, e poi pronuncia quelle parole che nessun equipaggio vorrebbe sentire, specialmente di notte: “andiamo in emodinamica nel grande ospedale”…. quasi 100km tra andare e tornare…

Ti rassegni, accendi la sirena e parti. Il calcolo mentale ricomincia: mancano 4 ore alla sveglia, mancano 3 ore e mezza alla sveglia, mancano 3 ore alla sveglia…

Riuscirò a posare la testa sul cuscino quando alla sveglia mancherà solamente un’ora e mezza.

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Non so dove dormire

Ieri notte in turno, sera+notte, inizio alle 20 e smonto alle 6.30.

In alcuni comitati i volontari che svolgono servizi notturni stanno svegli tutta la notte, in altri c’è poco movimento quindi possono permettersi di dormire. Il nostro comitato ricade nel secondo caso: alcune volte stiamo in giro tutta la notte e il letto neanche lo vediamo, ma spesso riusciamo a dormire qualche ora.

Sono andata a letto a mezzanotte, appena la sede si è svuotata dai volontari di passaggio, ma all’1 il suono del telefono del 118 mi sveglia. Bisogna andare in stazione, c’è un paziente psichiatrico, la scheda lo contrassegna come “noto” ma il nome non ci dice niente. La scheda indica anche “allertato 112”: iniziamo a pensare a una persona in stato di agitazione, magari ubriaca e violenta.

Arriviamo sul posto, prestiamo molta attenzione, ma vediamo solamente un uomo sul marciapiede che ferma l’ambulanza con un gesto: si presenta e ci dice che abita in un paese lì vicino, ha perso l’ultimo treno della notte e non ha più i genitori.

Capiamo subito che il nostro intervento, in ambito sanitario, non è richiesto: tranne il fiato alcolico questa persona ha bisogno solamente un posto dove passare la notte (la sala di attesa della stazione di notte è chiusa) e di parlare un pò.

La centrale conferma: è una persona nota, a quanto sembra succede spesso che perda il treno, ci consigliano di portarlo in pronto soccorso per fargli passare la notte.

Durante il viaggio emergono tutte le sue difficoltà: ha 50 anni, ha perso i genitori 4 anni prima, ci chiede se in ospedale ci sono delle donne anziane da conoscere “e poi chissà…”. Ci stupisce quando ci dice che ha fatto per 20 anni il volontario in una croce privata della sua città, e in pronto soccorso l’infermiere di turno ce lo conferma. Sono quelle situazioni in cui ci si chiede come è possibile ridursi così, e allo stesso tempo chi potrebbe fare cosa per aiutarlo, per non far ulteriormente peggiorare la sua situazione.

Non è il primo caso di “taxi” che facciamo, purtroppo il bacino di persone con disagio dovuto ad alcolismo, tossicodipendenza o solitudine che chiamano l’ambulanza sperando chi in un miracolo, chi semplicemente in un passaggio in pronto soccorso dove poter parlare con qualcuno o passare la nottata sono in aumento. Siamo in difficoltà anche noi che ci limitiamo ad un mero trasporto, non potendo andare ad agire oltre alla nostra sfera se non scambiare con loro qualche parola di incoraggiamento e consigliare loro a chi chiedere aiuto… ma molto spesso la risposta ricevuta è “Già fatto ma non mi aiutano”, “Mi stanno già aiutando”, “Non voglio nessun aiuto”.

Il turno si conclude con una telefonata alle 6 del mattino, sulla linea non urgente: un cittadino ci segnala che una persona è tutta la notte che parla con un’automobile sotto casa, aprendo e chiudendo gli specchietti e dicendo loro che sono dei maleducati. Ci chiede cosa fare… E cosa vuoi rispondere? Noi non lo sappiamo proprio, neanche questa volta…