Le nostre paure

Una delle domande che mi fanno più spesso da quando viaggio in ambulanza è “Ma non ti fa schifo vedere…”, seguito da un ampio corollario di scene più o meno splatter.

Diciamocelo: essere soccorritori non è per tutti, un pò di pelo sullo stomaco ci vuole, ma il livello di probabilità di vedere qualche scena forte penso sia più o meno simile a quello che abbiamo tutti noi nella vita di tutti i giorni. Mi spiego: una delle cose che ci capita più di frequente è il paziente che vomita. Quante mamme nell’infanzia dei pargoli hanno sorretto teste, pulito vomitate, si sono trovate chiazze sui vestiti? Certo, il vomito del proprio pupo non è paragonabile con quello di un bevitore accanito di Tavernello, su questo non ci piove.

Detto questo, il livello di ciò che si reputa disgustoso è molto soggettivo: c’è chi non si scompone di fronte alle fratture ma non sopporta l’odore del vomito, o chi non sopporta la vista del sangue.

Di mio posso dire che mi da più fastidio l’odore di urina che quello del vomito, e mi auguro di non andare mai su fratture scomposte o esposte, e su fratture ai denti… La sola idea mi mette veramente i brividi!

Nella mia carriera di soccorritore sono stata finora fortunata, scene apocalittiche e spargimenti di sangue non ne ho visti: qualche incidente stradale ma per fortuna lievi, qualche trauma con fratture ma sempre composte, sanguinamenti specie da ferite alla testa ma contenuti… Episodi di vomito neanche li conto, e ho pure vomitato io sul mezzo (ma ero attrezzata con i sacchetti!).

E i morti? Facendo un rapido calcolo ne ho visti/toccati 5 o 6, ma in quel momento non hai neanche il tempo di pensarci, non è un corpo ma è il tuo paziente che devi cercare di rianimare, è una persona che è ancora viva fino al momento in cui il medico non ti ferma, e allora il tempo rallenta, si entra in un’altra dimensione, e inizi a rendertene conto mentre l’infermiera toglie gli aghi dalle braccia, e tu stacchi i piattelli del DAE dal torace, elimini ogni segno esterno del tuo passaggio.

Come reagisco alla paura

Ognuno di noi vive la paura (e anche il dolore) a modo proprio: c’è chi piange, chi si dispera, chi ti “ricatta” affinchè questa smetta, chi si arrabbia, chi diventa maleducato, chi sembra indifferente, chi ci ride sopra… Tutti questi comportamenti sono legittimi, non esiste un manuale che ti dice come si deve reagire, ma quando la reazione non è misurata alla situazione ecco che si innesca nello spettatore una sensazione di disagio, “Qui qualcosa non va”.

Il giorno che siamo andati sul servizio della donna in arresto cardiaco, abbiamo svolto prima altri due servizi, molto diversi tra loro.

Riceviamo la telefonata direttamente sul nostro telefono dalla moglie del malato, riferisce che il marito ha la pressione molto alta. Avvisiamo il 118 ed usciamo, codice giallo. Arriviamo alla casa, troviamo il signore sdraiato sul divano avvolto completamente nelle coperte. Ripete di avere molto freddo e la nausea, quindi iniziamo ad ipotizzare un attacco febbrile. Togliendo le coperte inizia a delinearsi un quadro diverso: l’uomo è pallido sudato freddo (tipica definizione che, in qualsiasi persona abbia fatto un corso di pronto soccorso, dovrebbe far accendere un’enorme lampadina “Cardiaco! Cardiaco!”), e la mattina è andato in montagna a raccogliere funghi nel bosco con la moglie.

La montagna di per sé non è molto alta (escludiamo ischemie), ma i parametri vitali non sono molto buoni: saturazione 88%, pulsazioni 168 al minuto, pressione 80/60. Qui qualcosa non va, potrebbe essere un’IMA (infarto miocardico acuto) pur senza i classici segnali, come dolore al petto, al braccio, difficoltà respiratorie, ecc… Facciamo immediatamente un’ECG, noi non siamo in grado di leggerlo con la nostra formazione (ci viene solo chiesto di eseguirlo e spedirlo telematicamente alla centrale, dove un cardiologo lo leggerà), ma vediamo anche noi che c’è qualcosa non va. La centrale lo conferma: iniziate a caricare, vi mando incontro l’automedica.

Il signore, che prima del nostro arrivo era agitatissimo, si calma: “sgrida” i famigliari che lo trattano come un malato, scherza con noi, ci racconta dei funghi che non ha trovato, chiede di poter indossare un cappellino perchè “non ho più i capelli di una volta”. Non è uno sprovveduto, non è un illuso e neanche un paziente psichiatrico, sa benissimo che se arrivano in casa 3 soccorritori e ti fanno 4 o 5 volte un ECG, e poi arriva un medico a controllarti… ecco, non è che stai tanto bene. Lui invece rimane lucidissimo, non chiede notizie sulla sua situazione ma ringrazia ogni qual volta gli diamo qualche informazione, cerca di aiutarci offrendosi di scendere da solo le scale.

Lo lasciamo in pronto soccorso: quando diverse ore dopo portiamo la signora dell’arresto cardiaco lo ritroviamo in osservazione, sta aspettando il secondo ciclo di esami del sangue per verificare l’infarto. Ci saluta e ci ringrazia.

Usciamo appena dal pronto soccorso quando suona il cellulare del 118, donna caduta in casa con probabile interessamento del ginocchio, verde. Arriviamo in un condominio, la donna abita in un bell’appartamento al piano terra, la troviamo sdraiata per terra nella camera da letto in uno stretto spazio tra il letto e la cassettiera. Prima ancora di arrivare sentiamo i lamenti. La donna, 20 anni in meno del precedente paziente, è letteralmente nel panico: si dispera, ci dice che la gamba è rotta, che è sfortunatissima nella vita. Cerchiamo di farla calmare e di farci raccontare cos’è successo: la signora è allettata per un piccolo intervento subito nei giorni precedentemente, si è alzata per rifare il letto ma è scivolata sul tappetino, cadendo e battendo con il ginocchio contro al bordo imbottito del letto. La visitiamo, non rileviamo alcun trauma evidente, ha solo male: molto probabilmente è stata solo una botta, al massimo una distorsione al ginocchio che però è rientrato nella sua sede.

Vista anche la posizione, blocchiamo la gamba con una steccobenda, mettiamo del ghiaccio e decidiamo di farla uscire dalla scomoda posizione con la tavola spinale. Un intervento molto semplice che però ci fa sudare sette camicie: la donna va continuamente rassicurata, non si è rotto nulla, andiamo in PS solo per una lastra e prima di sera è sicuramente a casa… No, la steccobenda non fa male, anzi starà meglio con la gamba ben ferma… No, la spinale non fa male, ci aiuterà a spostarla senza muoverla… E’ così per tutto il viaggio, alterna momenti in cui “piagnucola” di quanto è stata sfortunata nella vita, chiede scusa al marito, ad altri in cui si arrabbia con se stessa perchè si è alzata dal letto…

Lasciamo anche lei nelle mani degli infermieri per una semplice lastra al ginocchio.

Ecco due esempio in un pomeriggio di come due situazioni mediche diametralmente opposte sono state affrontate psicologicamente dai pazienti in maniera completamente differente.