L’abbiamo ripresa

Ieri, dopo due anni e mezzo di urgenze, ho avuto la mia prima volta: abbiamo ripreso una persona in arresto cardiaco.

Il 118 suona alle 18.15, dopo un pomeriggio piovoso e pieno di uscite: “andate in rosso, persona incosciente”. Saliamo sull’H, durante il tragitto preparo la Robin (forbice che taglia gli abiti), il bombolino dell’ossigeno con l’ambu, una cannula di misura media, il defibrillatore. Arriviamo davanti alla casa della signora, vediamo un capannello di persone nel cortile: la signora, quasi ottantenne, è accasciata su una sedia, al centro del cortile, sotto la pioggia. E’ incosciente. I parenti attorno a noi hanno evidentemente perso la testa di fronte alla scena, si limitano a scuoterla e a gridare “è morta, è morta”.
Nonostante la nostra esperienza, questa scena ci disturba un pò, e quindi cerchiamo di scuoterli un pò dicendo “Starle attorno dicendo che è morta non ci aiuta di certo”. Confermiamo l’arresto cardiaco, non possiamo iniziare l’RCP (rianimazione cardio-polmonare, il massaggio cardiaco) nel cortile sotto la pioggia e con i parenti così ansiosi, quindi carichiamo velocemente su spinale e la portiamo in ambulanza.

Lascio l’incombenza del massaggio cardiaco ai miei colleghi più esperti, io prendo momentaneamente le funzioni di CE e prendo il cellulare per tenere i contatti con la centrale 118, sono a disposizione per recuperare dallo zaino e dall’ambulanza altri strumenti. Continuando l’RCP accendiamo il DAE, prima analisi e non scarica, continuiamo in attesa dell’automedica… Terminato il secondo ciclo di RCP la signora ricomincia a respirare autonomamente, i valori di saturazione non sono ancora buoni ma pian piano risalgono.

Partiamo in giallo verso la zona del cimitero per il rendez-vous con l’automedica, ci seguono i parenti. Il medico e l’infermiere salgono a bordo, a parte l’incoscienza trovano la paziente con respiro e polso radiale, fanno un ECG e somministrano i primi farmaci per flebo. Dall’anamnesi si ipotizza un arresto cardiaco non di origine cardiaca ma dovuto ad un trombo generato dalla gamba. La paziente arriva in ospedale sempre incosciente ma con valori accettabili di frequenza cardiaca e saturazione: la lasciamo nelle mani dei medici e degli infermieri. Le prossime ore diranno se ha subito dei danni al cervello dovuti alla mancanza di ossigeno prima del nostro arrivo.

Questo è stato il mio sesto arresto cardiaco, ma a differenza dei miei colleghi che in passato hanno già ripreso altre 2 volte una persona, per me è stata la prima volta: lasciato l’ospedale quasi non ci credevo di aver portato Maria ancora viva, di aver fatto ripartire il suo cuore. senti veramente di aver strappato una persona dalla morte, di aver dato una speranza ai famigliari, che tutte le ore di studio e di pratica sono effettivamente servite a qualche cosa.

Aver lavorato con la mia squadra abituale, dove ormai con uno sguardo ci intendiamo, che ognuno sa cosa fare, quali sono le forze e le debolezze dell’altro e come poter intervenire è stato fondamentale, abbiamo potuto lavorare in un clima abbastanza disteso per la situazione che era, e alla fine di tutto sapere di aver seguito le linee guida, di averle adattate alla situazione e di aver portato a casa il “risultato”. E’ stata veramente una bella sensazione.

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