Vita da soccorritore 4

Essere soccorritori vuol dire…

… avere l’orecchio allenatissimo a qualsiasi sirena. La si sente quasi a chilometri di distanza, neanche si avesse un radar o un sonar.

L’abilità sta anche nel saper distinguere: ambulanza, vigili del fuoco, polizia? Troppo facile. Il “vero” soccorritore sa anche distinguere di quale croce si tratta… “Ah, questa è la nostra… ed è seguita dall’automedica!”, “Questa non è la nostra, è l’azzurra del paese vicino”, e così via.

A cosa serve questa abilità? Ancora non si sa, però in famiglia fa assumere un’aria da esperti (ironico).

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Trauma o medico?

Grosso modo le emergenze possono essere catalogate in due macro-categorie: i traumi e le emergenze mediche. Nei traumi facciamo rientrare tutte quelle conseguenze derivanti da una caduta, un incidente, un colpo ecc., nelle emergenze mediche quelle dovute all’insorgenza di sintomi di natura non traumatica (permettemi l’ovvietà), quindi dal raffreddore all’infarto.

Quando riceviamo una chiamata dal 118, ci vengono riportate le informazioni che l’utente ha passato nella telefonata: questo ci permette di prepararci prima di giungere sul posto e decidere quale attrezzatura portare con noi, in modo da non smontare l’intera ambulanza.

Lo scorso turno riceviamo una chiamata: donna caduta in casa il giorno prima, non si è fatta visitare, adesso non sta bene.

Partiamo, preparando dei presidi per il trasporto di traumatizzati (anche se, essendo caduta il giorno prima, un’immobilizzazione completa appare eccssiva essendomi comunque mossa per più di 24 ore).

Arrivati sul posto, entriamo in una piccola casa. La signora è sdraiata sul divano, visibilmente spossata, con il respiro abbastanza difficoltoso. Iniziamo a renderci conto che l’ipotesi trauma potrebbe non essere quella corretta.

Il marito racconta che il giorno prima è caduta in casa (o meglio, si è accasciata, questo riferisce), picchiando la testa (e mostra un grosso cerotto, adesso sporco di sangue, sulla nuca), ma siccome non ha avuto episodi sospetti di vomito ha preferito non farla visitare. Adesso però racconta che da ieri non si è più mossa dal divano, lamentando un’eccessiva stanchezza.

Iniziamo a raccogliere i dati clinici e i parametri vitali, che rivelano una pressione sanguinea veramente molto bassa. Inoltre la signora muove fa fastica ad articolare le parole, e non trattiene le urine… Quello che il marito ha classificato come conseguenze di un trauma in realtà potrebbero essere le conseguenze di un TIA, ovvero la signora potrebbe avere avuto un ictus transitorio che l’ha portata ad accasciarsi/cadere, ad avere problemi di pressione, di linguaggio e così via.

Occorrono ulteriori indagini, pertanto la signora viene portata in pronto soccorso per essere sottoposta a TAC.

Ecco un piccolo esempio di quanto sia utile uscire pronti ad affrontare un certo tipo di servizio, ma rimanendo aperti anche alle altre ipotesi.

Vita da soccorritore 2

Essere soccorritori vuol dire…

… non essere mai vestiti adeguatamente. In inverno passerai dal caldo (si spera!) della camera da letto della sede, al freddo ghiacciato dei cortili per andare al garage, al freddo metallico del mezzo appena partito, all’afa tropicale del riscaldamento acceso per il paziente. Passerai quindi dallo strato giubbotto+maglione+maglietta+canottiera alla maglietta quasi a mezza manica, con risultati devastanti sulla salute.

Allo stesso modo, non troverai pace in estate, quando vorresti essere in costume da bagno ma invece avrai maglietta a mezze maniche+pantaloni della divisa quando sei in sede, ma durante l’uscita sarai obbligato ad indossare anche il giubbotto, e suderai solo a guardarlo. E dovrai mettere le calze, altrimenti gli scarponi ti devasteranno i piedi. Ah, mi dimenticavo di dire: quasi sempre niente aria condizionata, ne in sede ne sul mezzo.

E non sperare di risolvere il tutto con la pioggia! Quando pioverà avrai dimenticato la cerata a casa, e se l’hai portata con te in sede non l’avrai presa dicendo “Tanto è un intervento in casa”, ma quello in coda sarà un’incidente stradale sotto il diluvio!

Caccia al tesoro

Non essere chiari durante una chiamata al 118 può causare grosse perdite di tempo nell’arrivo dell’ambulanza, con a  volte esiti drammatici.

Posso capire l’agitazione dei famigliari nel vedere un loro parente di arresto cardiaco, è un caso più che comprensibile, per questo ho deciso di parlare di un’uscita molto meno impegnativa: un “bel” codice bianco per intossicazione etilica che una comunicazione inefficace di chi ha richiesto il soccorso stava portando al rientro dell’ambulanza.

La telefonata ricevuta è stata più o meno di questo tipo “lungo la via Rossi, in uscita dal paese XYZ, c’è un uomo con una bici, è ubriaco”. Il paese XYZ non è il nostro, armati di navigatore e cartina individuiamo la zona e ci rechiamo, domandandoci tra l’altro se “uomo con una bici” voglia dire uomo caduto in bicicletta o uomo che sta conducendo una bicicletta, e in questo caso ci chiediamo dove sia l’emergenza.

Arriviamo in via Rossi, non abbiamo ulteriori indicazioni: è una via che esce dal paese. Iniziamo a percorrerla piano piano, dopo poco finiscono le case e inizia la campagna. Nessuna persona per strada, accendiamo anche il faro per vedere se per caso la persona sia finita in un campo a causa dell’ubriachezza. Arriviamo in pratica al paese dopo, niente. Decidiamo di fare la strada all’inverso, e nel frattempo avvisiamo la centrale. Mentre procediamo adagio adagio (io con la testa completamente fuori dal finestrino), la centrale continua ad insistere che la persona c’è. Terminiamo il secondo giro, niente. A questo punto la centrale richiama chi ha chiamato il soccorso e ce lo passa. Si “scopre” che il punto da raggiungere non è esattamente in via Rossi, ma è una traversa non asfaltata che da via Rossi porta in campagna, e dopo circa 1km si arriva ad uno slargo vicino ad un canale dove, appoggiato ad un muro, troviamo il nostro uomo, ubriaco perso, non caduto dalla bici, e sporco fino alla testa di urina, vino ed escrementi.

Rimpiangendo quasi di averlo trovato, viste le condizioni igieniche, lo carichiamo e lo portiamo in PS a smaltire la sbornia.

Mi riprometto nei prossimi post di raccontare altri episodi simili dedicati ad indicazioni non molto precise, e un post a parte meriteranno quei comuni con una toponomastica poco fantasiosa.

Le nostre paure

Una delle domande che mi fanno più spesso da quando viaggio in ambulanza è “Ma non ti fa schifo vedere…”, seguito da un ampio corollario di scene più o meno splatter.

Diciamocelo: essere soccorritori non è per tutti, un pò di pelo sullo stomaco ci vuole, ma il livello di probabilità di vedere qualche scena forte penso sia più o meno simile a quello che abbiamo tutti noi nella vita di tutti i giorni. Mi spiego: una delle cose che ci capita più di frequente è il paziente che vomita. Quante mamme nell’infanzia dei pargoli hanno sorretto teste, pulito vomitate, si sono trovate chiazze sui vestiti? Certo, il vomito del proprio pupo non è paragonabile con quello di un bevitore accanito di Tavernello, su questo non ci piove.

Detto questo, il livello di ciò che si reputa disgustoso è molto soggettivo: c’è chi non si scompone di fronte alle fratture ma non sopporta l’odore del vomito, o chi non sopporta la vista del sangue.

Di mio posso dire che mi da più fastidio l’odore di urina che quello del vomito, e mi auguro di non andare mai su fratture scomposte o esposte, e su fratture ai denti… La sola idea mi mette veramente i brividi!

Nella mia carriera di soccorritore sono stata finora fortunata, scene apocalittiche e spargimenti di sangue non ne ho visti: qualche incidente stradale ma per fortuna lievi, qualche trauma con fratture ma sempre composte, sanguinamenti specie da ferite alla testa ma contenuti… Episodi di vomito neanche li conto, e ho pure vomitato io sul mezzo (ma ero attrezzata con i sacchetti!).

E i morti? Facendo un rapido calcolo ne ho visti/toccati 5 o 6, ma in quel momento non hai neanche il tempo di pensarci, non è un corpo ma è il tuo paziente che devi cercare di rianimare, è una persona che è ancora viva fino al momento in cui il medico non ti ferma, e allora il tempo rallenta, si entra in un’altra dimensione, e inizi a rendertene conto mentre l’infermiera toglie gli aghi dalle braccia, e tu stacchi i piattelli del DAE dal torace, elimini ogni segno esterno del tuo passaggio.

Controlliamo

Essere in turno è come stare su un ottovolante, ci sono giornate in cui si viaggia a tutta velocità, e altre in cui il tempo sembra non passare mai.

Oggi era una di quelle giornate: fuori pioveva, la sede era avvolta in una nebbiolina già novembrina, e le sei ore di turno sembravano non passare mai.

Cosa fa un volontario quando non è sull’ambulanza? Bè, ognuno vive il turno a modo suo.

Unico capo saldo: il controllo dei mezzi. E’ indispensabile iniziare il turno controllando attentamente lo stato del veicolo e della dotazione sanitaria a bordo. Abbiamo una check list da seguire: il livello del carburante, della batteria del cellulare del 118, delle batterie del DAE, dell’apparecchio per ECG, dell’aspiratore e del multiparametrico. Controlliamo poi il livello dell’ossigeno e la presenza di tutti gli strumenti di lavoro.

Spesso capita che qualche collega prima di noi non abbia controllato bene, oppure che abbiano usato dei presidi senza ripristinarli: succede quindi di cambiare una bombola, di pulire delle cinghie sporche, di andare in magazzino a prendere guanti o mascherine… A lungo andare un volontario può annoiarsi di effettuare questi controlli, diventano talmente di routine che si rischia di farli senza prestare adeguata attenzione.

Purtroppo proprio a causa di una disattenzione quasi un anno fa abbiamo rischiato di dover tornare in sede senza poter effettuare un servizio: io e un mio collega, in un rarissimo caso in cui ero assegnata ad un viaggio secondario, siamo usciti subito ad inizio turno, senza aver avuto modo di controllare il mezzo, fidandoci dei colleghi del turno precedente.

Era una semplice dimissione. Arrivati in ospedale, solleviamo il materassino della barella per prendere il telo “a 6 maniglie”, un telo particolare che facilita il trasporto del paziente allettato… Ma il telo non c’è. Vuoto. Sparito. Ci guardiamo in faccia e vediamo il panico. Fortuna vuole che vicino al pronto soccorso ci sia la sede di un’associazione di soccorso, e vergognandoci non poco chiediamo in prestito un telo a loro.

La fortuna ha voluto che fosse un problema da poco, risolvibile in pochi minuti… Ma se fosse successo con una batteria mal funzionante? O un presidio mancante?

A volte si dice “meglio non pensarci”, ma in questo caso è senz’altro meglio dire “pensiamoci prima che sia troppo tardi”.

Come reagisco alla paura

Ognuno di noi vive la paura (e anche il dolore) a modo proprio: c’è chi piange, chi si dispera, chi ti “ricatta” affinchè questa smetta, chi si arrabbia, chi diventa maleducato, chi sembra indifferente, chi ci ride sopra… Tutti questi comportamenti sono legittimi, non esiste un manuale che ti dice come si deve reagire, ma quando la reazione non è misurata alla situazione ecco che si innesca nello spettatore una sensazione di disagio, “Qui qualcosa non va”.

Il giorno che siamo andati sul servizio della donna in arresto cardiaco, abbiamo svolto prima altri due servizi, molto diversi tra loro.

Riceviamo la telefonata direttamente sul nostro telefono dalla moglie del malato, riferisce che il marito ha la pressione molto alta. Avvisiamo il 118 ed usciamo, codice giallo. Arriviamo alla casa, troviamo il signore sdraiato sul divano avvolto completamente nelle coperte. Ripete di avere molto freddo e la nausea, quindi iniziamo ad ipotizzare un attacco febbrile. Togliendo le coperte inizia a delinearsi un quadro diverso: l’uomo è pallido sudato freddo (tipica definizione che, in qualsiasi persona abbia fatto un corso di pronto soccorso, dovrebbe far accendere un’enorme lampadina “Cardiaco! Cardiaco!”), e la mattina è andato in montagna a raccogliere funghi nel bosco con la moglie.

La montagna di per sé non è molto alta (escludiamo ischemie), ma i parametri vitali non sono molto buoni: saturazione 88%, pulsazioni 168 al minuto, pressione 80/60. Qui qualcosa non va, potrebbe essere un’IMA (infarto miocardico acuto) pur senza i classici segnali, come dolore al petto, al braccio, difficoltà respiratorie, ecc… Facciamo immediatamente un’ECG, noi non siamo in grado di leggerlo con la nostra formazione (ci viene solo chiesto di eseguirlo e spedirlo telematicamente alla centrale, dove un cardiologo lo leggerà), ma vediamo anche noi che c’è qualcosa non va. La centrale lo conferma: iniziate a caricare, vi mando incontro l’automedica.

Il signore, che prima del nostro arrivo era agitatissimo, si calma: “sgrida” i famigliari che lo trattano come un malato, scherza con noi, ci racconta dei funghi che non ha trovato, chiede di poter indossare un cappellino perchè “non ho più i capelli di una volta”. Non è uno sprovveduto, non è un illuso e neanche un paziente psichiatrico, sa benissimo che se arrivano in casa 3 soccorritori e ti fanno 4 o 5 volte un ECG, e poi arriva un medico a controllarti… ecco, non è che stai tanto bene. Lui invece rimane lucidissimo, non chiede notizie sulla sua situazione ma ringrazia ogni qual volta gli diamo qualche informazione, cerca di aiutarci offrendosi di scendere da solo le scale.

Lo lasciamo in pronto soccorso: quando diverse ore dopo portiamo la signora dell’arresto cardiaco lo ritroviamo in osservazione, sta aspettando il secondo ciclo di esami del sangue per verificare l’infarto. Ci saluta e ci ringrazia.

Usciamo appena dal pronto soccorso quando suona il cellulare del 118, donna caduta in casa con probabile interessamento del ginocchio, verde. Arriviamo in un condominio, la donna abita in un bell’appartamento al piano terra, la troviamo sdraiata per terra nella camera da letto in uno stretto spazio tra il letto e la cassettiera. Prima ancora di arrivare sentiamo i lamenti. La donna, 20 anni in meno del precedente paziente, è letteralmente nel panico: si dispera, ci dice che la gamba è rotta, che è sfortunatissima nella vita. Cerchiamo di farla calmare e di farci raccontare cos’è successo: la signora è allettata per un piccolo intervento subito nei giorni precedentemente, si è alzata per rifare il letto ma è scivolata sul tappetino, cadendo e battendo con il ginocchio contro al bordo imbottito del letto. La visitiamo, non rileviamo alcun trauma evidente, ha solo male: molto probabilmente è stata solo una botta, al massimo una distorsione al ginocchio che però è rientrato nella sua sede.

Vista anche la posizione, blocchiamo la gamba con una steccobenda, mettiamo del ghiaccio e decidiamo di farla uscire dalla scomoda posizione con la tavola spinale. Un intervento molto semplice che però ci fa sudare sette camicie: la donna va continuamente rassicurata, non si è rotto nulla, andiamo in PS solo per una lastra e prima di sera è sicuramente a casa… No, la steccobenda non fa male, anzi starà meglio con la gamba ben ferma… No, la spinale non fa male, ci aiuterà a spostarla senza muoverla… E’ così per tutto il viaggio, alterna momenti in cui “piagnucola” di quanto è stata sfortunata nella vita, chiede scusa al marito, ad altri in cui si arrabbia con se stessa perchè si è alzata dal letto…

Lasciamo anche lei nelle mani degli infermieri per una semplice lastra al ginocchio.

Ecco due esempio in un pomeriggio di come due situazioni mediche diametralmente opposte sono state affrontate psicologicamente dai pazienti in maniera completamente differente.

L’abbiamo ripresa

Ieri, dopo due anni e mezzo di urgenze, ho avuto la mia prima volta: abbiamo ripreso una persona in arresto cardiaco.

Il 118 suona alle 18.15, dopo un pomeriggio piovoso e pieno di uscite: “andate in rosso, persona incosciente”. Saliamo sull’H, durante il tragitto preparo la Robin (forbice che taglia gli abiti), il bombolino dell’ossigeno con l’ambu, una cannula di misura media, il defibrillatore. Arriviamo davanti alla casa della signora, vediamo un capannello di persone nel cortile: la signora, quasi ottantenne, è accasciata su una sedia, al centro del cortile, sotto la pioggia. E’ incosciente. I parenti attorno a noi hanno evidentemente perso la testa di fronte alla scena, si limitano a scuoterla e a gridare “è morta, è morta”.
Nonostante la nostra esperienza, questa scena ci disturba un pò, e quindi cerchiamo di scuoterli un pò dicendo “Starle attorno dicendo che è morta non ci aiuta di certo”. Confermiamo l’arresto cardiaco, non possiamo iniziare l’RCP (rianimazione cardio-polmonare, il massaggio cardiaco) nel cortile sotto la pioggia e con i parenti così ansiosi, quindi carichiamo velocemente su spinale e la portiamo in ambulanza.

Lascio l’incombenza del massaggio cardiaco ai miei colleghi più esperti, io prendo momentaneamente le funzioni di CE e prendo il cellulare per tenere i contatti con la centrale 118, sono a disposizione per recuperare dallo zaino e dall’ambulanza altri strumenti. Continuando l’RCP accendiamo il DAE, prima analisi e non scarica, continuiamo in attesa dell’automedica… Terminato il secondo ciclo di RCP la signora ricomincia a respirare autonomamente, i valori di saturazione non sono ancora buoni ma pian piano risalgono.

Partiamo in giallo verso la zona del cimitero per il rendez-vous con l’automedica, ci seguono i parenti. Il medico e l’infermiere salgono a bordo, a parte l’incoscienza trovano la paziente con respiro e polso radiale, fanno un ECG e somministrano i primi farmaci per flebo. Dall’anamnesi si ipotizza un arresto cardiaco non di origine cardiaca ma dovuto ad un trombo generato dalla gamba. La paziente arriva in ospedale sempre incosciente ma con valori accettabili di frequenza cardiaca e saturazione: la lasciamo nelle mani dei medici e degli infermieri. Le prossime ore diranno se ha subito dei danni al cervello dovuti alla mancanza di ossigeno prima del nostro arrivo.

Questo è stato il mio sesto arresto cardiaco, ma a differenza dei miei colleghi che in passato hanno già ripreso altre 2 volte una persona, per me è stata la prima volta: lasciato l’ospedale quasi non ci credevo di aver portato Maria ancora viva, di aver fatto ripartire il suo cuore. senti veramente di aver strappato una persona dalla morte, di aver dato una speranza ai famigliari, che tutte le ore di studio e di pratica sono effettivamente servite a qualche cosa.

Aver lavorato con la mia squadra abituale, dove ormai con uno sguardo ci intendiamo, che ognuno sa cosa fare, quali sono le forze e le debolezze dell’altro e come poter intervenire è stato fondamentale, abbiamo potuto lavorare in un clima abbastanza disteso per la situazione che era, e alla fine di tutto sapere di aver seguito le linee guida, di averle adattate alla situazione e di aver portato a casa il “risultato”. E’ stata veramente una bella sensazione.