Gentiluomo ma non troppo

Per fortuna non tutti gli interventi che faccio sono tristi, anzi: alcuni riescono a strapparti un sorriso… Altri ancora ti fanno risalire sull’ambulanza con il mal di pancia per il troppo ridere.

L’altra sera stavamo rientrando in sede da un servizio precedente quando la centrale ci contatta: “Andate in via Tal del Tali. Probabilmente non servirà il trasporto: è un uomo piuttosto robusto che è scivolato a terra in casa e la badante non riesce a rialzarlo, serve una mano”.

Ogni tanto questo genere di servizi capitano, e si spera che le sei braccia dell’equipaggio (di cui quattro femminili) possano bastare all’intento.

Arriviamo sul posto, saliamo nell’appartamento e troviamo questo omone, 120kg dichiarati (ma mi sa che sono di più), seduto in pigiama a terra in cameretta. La badante è in effetti uno scricciolo, non ce l’avrebbe mai fatta. L’uomo non è dolorante, anzi: è di buon umore, scherza, ride, probabilmente ha bevuto anche qualche bicchiere di vino… la situazione è assolutamente tranquilla e distesa.

Un collega lo prende sotto un’ascella, l’altro sotto l’altra, io mi metto di fronte tenendogli entrambe le mani e bloccando i suoi piedi tra i miei piedi: 1,2,3… E l’uomo torna in piedi, neanche tanta fatica da parte nostra.

L’uomo rifiuta il trasporto ovviamente, non è caduto, per terra c’è pure la moquette, si fa prendere la pressione giusto per fare un controllo.

Chiamiamo la centrale del 118 per confermare il non trasporto, il medico vuole parlare con il paziente… Ed esce una scenetta che ripaga di ore e ore di servizi:

– “Si… buonasera… No guardi non voglio venire in pronto soccorso, non mi sono fatto nulla… No, non sono caduto… Sono io che sono andato a terra… Sa, oggi ho litigato con la mia badante, e stasera per farmi perdonare ho voluto chiederle perdono in ginocchio. Il problema è che sono riuscito ad inginocchiarmi, ma non sono più riuscito a rialzarmi! E quindi ho dovuto far chiamare l’ambulanza, che figuraccia… Volevo fare l’ufficiale gentiluomo… E invece ho fatto il pirla gentiluomo!!!”.

Vi giuro, noi non sapevamo più come nascondere il riso. E anche il centralinista si è fatto una bella risata.

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Codice rosa

Questo codice non esiste “ufficialmente” come codice di invio dei mezzi di soccorso, ma come lo definiscono alcuni siti “identifica un percorso di accesso al pronto soccorso riservato a tutte le vittime di violenze, senza distinzione di genere o età che, a causa della loro condizione di fragilità, più facilmente possono diventare vittime di violenza: donne, uomini, bambini, anziani, immigrati, omosessuali”.

Durante l’ultimo turno riceviamo una telefonata: moglie picchiata dal marito, si è rifugiata a casa di una vicina. L’equipaggio è composto da 3 uomini e da me, e da barelliere vengo promossa a capo-equipaggio in modo che la donna possa parlare con una donna.

Giungiamo sul posto, saliamo nell’appartamento e troviamo la ragazza rifugiata su un divano: trema come una foglia, la maglia della tuta ha un grosso strappo sulla spalla, ha gli occhi persi nel vuoto. Mi inginocchio davanti a lei, in modo da guardarla negli occhi, e inizio a chiederle come sta, se è già successo in passato, dove è stata picchiata e chi è stato. Lei non risponde, scuote lentamente la testa, poi vedo che con gli occhi indica dietro di me.

Intuisco che il marito si trova ancora nell’appartamento, anzi è dentro la stanza, faccio segno ad un mio collega che lo accompagna fuori (per fortuna è calmo, ma i carabinieri che possono fare anche da deterrente non sono ancora arrivati).

Rifaccio le domande alla ragazza: non parla, annuisce o scuote lentamente la testa, mi indica con un dito dove è stata picchiata. Ci riferisce di non sentire le gambe, di non riuscire a muoverle: un rapido controllo esclude la componente traumatica, è tutta colpa dello spavento.

Acconsente di venire con noi in pronto soccorso. Durante il viaggio inizia ad aprirsi: è più giovane di me, è scappata dalla città dove viveva perchè non sopportava più la sua famiglia, ha due figli piccoli. Dal marito si è separata da neanche un mese, dopo 6 anni di botte, ma quando si vedono per la custodia dei bambini i litigi sono all’ordine del giorno.

Quello che le dico suona banale persino alle mie orecchie: nessuno deve arrogarsi il permesso di picchiare nessun altro, soprattutto una donna davanti ai bambini (“Ma non è ubriaco quando mi picchia”, prova a difenderlo), deve cercare di tutelarsi maggiormente, soprattutto per loro (“Ma con loro non è violento”, tenta ancora).

La lasciamo in pronto soccorso per la visita, raccomandandole ancora di chiedere aiuto: adesso riesce a parlare, a camminare, ma quando incrocia gli occhi della squadra questi si riempiono subito di lacrime.

Spero davvero che ce la faccia.

Allarme bimbo

Domenica è arrivato, per la prima volta, il momento che nessun volontario vorrebbe mai vivere: codice rosso, bambino che non respira.

“Sfortuna” vuole che la casa sia dietro alla sede, quindi il tempo per prepararci materialmente e mentalmente è davvero poco: mentre si prepara l’ambu pediatrico e le cannule si fa mente locale su quelle nozioni imparate a lezione e fortunatamente mai messe in pratica.

Arrivati sul posto, vediamo il papà in cortile con in braccio il bambino: il cuore ti martella forte nel petto, apri il portellone ad ambulanza non ancora completamente ferma… E senti il bambino che piange. Il cuore ricomincia a battere, te ricominci a respirare: piange, quindi respira, quindi non è in arresto.

Cerchi di capire un pò di più della situazione: i genitori sono rumeni, il bambino (15 mesi) da diversi giorni ha la febbre e la tosse. Arriva l’automedica, inizia l’anamnesi, il bambino ha “semplicemente” la bronchite ma si indaga su cosa hanno visto i genitori per fare una telefonata così disperata.

Alla fine si arriverà in pronto soccorso senza averlo capito molto bene: alcuni propendono per il fatto che il bambino abbia avuto una convulsione (però la febbre provata al bambino segna 36.2°), altri propendono per una realtà ben “peggiore”: i genitori stranieri, dicendo “non respira”, probabilmente volevano indicare “non respira bene” a causa del catarro… l’esperienza negli anni (con pazienti stranieri ma anche italiani) fa propendere anche a me verso questa ipotesi di comunicazione sbagliata.

Per fortuna il rosso è diventato un verde molto rapidamente, meglio così.