Giallo, rosso, nero

Se facessi una previsione dell’anno basata sui primi quattro turni del 2014, la situazione sarebbe abbastanza problematica in quanto come squadra abbiamo già avuto 2 codici rossi, che salgono a 4 se contassi anche il terzo membro della nostra squadra che ha fatto dei turni a parte (magari alcune realtà direbbero “solo?”, mentre per la nostra realtà è un “così tanti?”).

Un codice rosso è arrivato alle 2.30 di notte, e dormivo così profondamente che non ho sentito nemmeno il telefono (per fortuna non sono io la centralinista). Quella notte ho rischiato qualche osso ben due volte: scendendo le scale di corsa cercando di rivestirmi e con le stringhe degli scarponi slacciati (della serie “attenzione, non fatelo a casa”), e mentre caricavo tutto il materiale sulla barella e l’autista ha quasi inchiodato per un dosso non segnalato… Lì ho avuto davvero paura, ero in piedi (cosa che non dovrei fare, ma su un rosso cercavo di guadagnare tempo) e mi sono sentita scaraventare verso il vano guida, per fortuna ho avuto la prontezza di frenarmi con le mani al sedile di fronte e la cosa non ha avuto conseguenze.

Dicevamo… codice rosso in casa di riposo, edema polmonare. Il signore in effetti respira con molta fatica, vomito biliare, non è cosciente. Non c’è molto in effetti che noi possiamo fare nell’immediato se non caricare e dirigerci in giallo in ospedale, tenendolo monitorizzato tutto il tempo.

L’altro rosso l’abbiamo fatto una domenica pomeriggio, quando la nebbia ha deciso di scendere come un muro tutto attorno a noi. La chiamata ci manda in un paese vicino, non abbiamo molti dati, l’infermiere del 118 riferisce una chiamata concitata in cui si capisce “sta male, non respira e non parla”.

Andiamo più veloce che possiamo (nebbia permettendo), ma troviamo il passaggio a livello abbassato. Avvisando la centrale, allarghiamo il giro per evitarlo, e riusciamo ad arrivare al paese.

Per fortuna la situazione è meno grave del previsto: il signore non è in arresto cardiaco come si temeva, ma è una crisi ipoglicemica su paziente diabetico. Il problema più che altro è la “cornice” dell’intervento: la moglie infatti è agitatissima, non riusciamo a calmarla nonostante le nostre rassicurazioni, nella stanza accanto ha anche la mamma con l’Alzheimer da seguire. Temiamo quasi di dover portar via due persone anzichè una!

Sulla nostra ambulanza, per regolamento, non abbiamo l’apparecchio per misurare la glicemia, ed ancora più assurdo non ce l’ha neanche il paziente in casa, pur essendo diabetico. Non possiamo quindi stabilire se è ipo o iperglicemico: che si fa rischiamo di dargli dello zucchero, con il rischio che sia in iperglicemia e quindi peggiorare il tutto? Per fortuna arriva in soccorso l’auto-infermierizzata di un paese vicino, l’infermiere lotta contro le vene sottili dell’anziano, ma quando finalmente l’ago è dentro gli somministra 2 dosi di glucosio di fila. Già alla fine della seconda vediamo che nei suoi occhi torna un segnale di presenza attiva, alla fine del terzo ricomincia a parlare con lucidità con noi, dice di non ricordare nulla, poi inizia a ridere e a ringraziarci. Parla in dialetto, cerca di capire quello che è successo, cerchiamo di usare le parole più semplici possibili ed è tutto un “Davvero? Possibile? E perchè?”.

Il viaggio in pronto soccorso per degli esami di controllo è per fortuna leggero e divertente, il paziente è tornato completamente in sé e chiacchiera amabilmente con l’equipaggio.

Per fortuna ogni tanto i rossi non finiscono in neri.

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Notte bianca

Il post precedente, quello su come si svolge la notte, probabilmente mi ha “gufato” contro: ieri notte ho preparato il letto, l’ho scaldato per qualche minuto… e poi l’ho rivisto quando il sole stava ormai preparandosi a sorgere.

Come al solito preparo il letto verso mezzanotte: lenzuola, coperta, cuscino, bottiglia d’acqua… Sono pronta. Mi metto giù, il sonno viene quasi subito, ma altrettanto rapidamente suona il telefono del 118. Ragazza con dolore addominale in un paesino ad una decina di km di distanza. La ragazza è sofferente ma tranquilla, il viaggio fino all’ospedale sarebbe anche piacevole se non fosse per l’occhio che continua a cadere sul quadrante dell’orologio, facendo mentalmente conto di quante ore mancano al suono della sveglia. All’inizio del viaggio conto 6 ore di sonno, al termine 5.

Rientriamo in sede, il tempo di togliere scarponi e calze, di infilarmi sotto le coperte e di iniziare il pre-sonno… Ed ecco ancora il telefono che suona. Sono le 3, codice rosso in una fabbrica della città, persona incosciente. Corsa fino al garage, durante il viaggio inizio a preparare tutto l’occorrente per rianimarlo. Arriviamo al cancello, un collega ci fa grandi cenni e ci fa entrare nel capannone.

L’uomo è a terra, di lato, geme e si muove: per fortuna non è in arresto cardiaco, ma il suo aspetto non ci piace. E’ molto sudato, all’inizio pallido ma poi via via più rosso, non ricorda cosa è accaduto, non riferisce male da qualche parte in particolare, dice di non riuscire a respirare. Cerchiamo in tutti i modi di farlo reagire, di tenerlo sveglio, carichiamo subito in ambulanza per misurare i parametri ma sembra di essere sulle montagne russe: la pressione, le pulsazioni e la saturazioni vanno continuamente su e giù.

Arriva l’automedica, il medico fa eseguire diversi cicli di ECG, e poi pronuncia quelle parole che nessun equipaggio vorrebbe sentire, specialmente di notte: “andiamo in emodinamica nel grande ospedale”…. quasi 100km tra andare e tornare…

Ti rassegni, accendi la sirena e parti. Il calcolo mentale ricomincia: mancano 4 ore alla sveglia, mancano 3 ore e mezza alla sveglia, mancano 3 ore alla sveglia…

Riuscirò a posare la testa sul cuscino quando alla sveglia mancherà solamente un’ora e mezza.