Vita da soccorritore 5

Essere soccorritori significa…

… essere svegliati dal suono del telefono del 118 alle 3.30 del mattino, alzare la cornetta e sentirsi dire dalla centrale “Ciao, scusami ho sbagliato, non dovevo chiamare voi”, e non sapere se essere contenti di tornare a letto o tirare mentalmente qualche parolaccia per essere stati svegliati!

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Gemelle separate alla nascita

Turno di notte, veniamo svegliati da una chiamata all’1.30. Dobbiamo andare in un paese distante circa venti chilometri, dolori addominali. Al nostro arrivo troviamo una donna di circa 80 anni, visibilmente dolorante. Racconta di essersi messa a letto quando i dolori sono iniziati, appena al di sotto del seno. Ci racconta che soffre di diverticoli e che già in passato è successo che avesse avuto dolori simili, ma “questo mi sembra diverso, fa male anche dietro”. Riferiamo tutto alla centrale che ci chiede di fare un ECG. Per fortuna è tutto negativo, si ipotizza un problema all’apparato digerente più che a quello cardiaco, ma per sicurezza veniamo mandati non all’ospedale più vicino ma a quello con il reparto di cardiologia (che tradotto significa un’ora di sonno persa). Durante il viaggio, parlando con la paziente, emerge che sta vivendo un periodo di stress abbastanza importante, che potrebbe quindi aver provocato l’attacco di ansia che ha portato al dolore addominale. Parlando con l’equipaggio (e avendo la certezza di essere visitata di lì a poco) la paziente si rilassa e il dolore diminuisce, tanto che al nostro arrivo in ps rifiuta la barella e si dirige sulle proprie gambe nella sala visite.

Torniamo in sede, quasi non facciamo tempo a ripristinare la busta degli elettrodi che suona ancora l’allarme: questa volta nel nostro stesso paese, ma sempre donna e sempre con dolori addominali.

Arriviamo sul posto, e se non fosse che la donna ha la metà degli anni della precedente la scena è uguale: anche questa a letto piegata in due dal male, con dolori al di sotto del seno e (di riflesso) alla schiena. Memori dell’intervento precedente, le domande che facciamo sono meno numerose ma più centrate:

– “Soffre di problemi cardiaci?” “No”

– “Le è già successo?” “Sì tre volte in passato”

– “E’ un periodo di stress?” “Mmm no, non direi” (ma il marito alle sue spalle annuisce vigorosamente)

– “Malattie?” “Polipo e ernia iatale”… Bingo, verrebbe da dire.

Facciamo su indicazione della centrale un ECG di sicurezza, ma bastano pochi istanti al medico per escludere la patologia cardiaca.

Per fortuna questa volta veniamo mandati all’ospedale vicino (che, ancora per fortuna, è poco distante dalla casa della paziente). Durante il viaggio i dolori della paziente sembrano diminuire sensibilmente, per poi praticamente svanire quando in pronto soccorso trova un infermiere di sua conoscenza: sapere di essere visitata da una persona amica le toglie l’ansia, e anche gran parte del dolore.

Morale della favola: noi torniamo a letto per le ultime 2 ore di sonno disponibili, ma grazie a due casi praticamente fotocopia abbiamo imparato che anticipare la domanda “Soffre di ansia? E’ un periodo particolarmente stressato?” molto spesso aiuta (anche se purtroppo non è sempre così, non è una regola sempre valida e non è nostra intenzione “sminuire” un dolore addominale semplicemente bollandolo come stress).

Nuove tecnologie al servizio della salute

In quasi tre anni di servizio ho portato in pronto soccorso tanti casi “strani”, ma strano come quello dello scorso turno mai.

Arriviamo in pronto soccorso per portare un paziente; mentre lo spostiamo dalla barella al lettino vediamo un pò di confusione attorno a noi: un paziente si è allontanato spontaneamente dal pronto soccorso, senza firmare… Svanito, scappato, tornato a casa: la guardia e alcuni infermieri lo cercano nei paraggi, dopodiché segnano l’allontanamento volontario.

Il nostro turno è finito, si ritorna verso la sede pensando già alla pizza… Ma a due chilometri dalla meta suona il telefono 118: “Ciao, tornate indietro, la persona che si è allontanata dal PS ha telefonato che vuole tornarci”.

Imprecazioni varie, giriamo indietro l’ambulanza e si va in un agglomerato di condomini popolari, poco distante dal pronto soccorso.

In un cortile troviamo ad attenderci l’ex-paziente, insieme ad alcuni parenti, ancora in pantaloni della tuta, canottiera, ciabatte e ago della flebo in vena. Sta fumando una sigaretta, ed è solo l’ultima di molte a giudicare dall’odore.

“Faccio fatica a respirare” ci dice; noi, con un pò di sarcasmo, suggeriamo di iniziare a spegnere la sigaretta, poi lo facciamo salire per prendere i parametri. Siamo pronti a ripartire per il pronto soccorso, quand’ecco la perla della giornata: “Mi prendete anche le borse?”.

Ci giriamo per vedere che borse avesse preparato: una borsa della spesa con dentro un pigiama, più una seconda borsa contente… Un televisore!

Allibiti chiediamo “Ma sono tutte e due sue?”, “Sì”… Carichiamo tutto e partiamo. Il signore era “scappato” dal pronto soccorso per tornare a casa e portarsi dietro il televisore… Immagino che fosse indispensabile per respirare meglio!

Vita da soccorritore 4

Essere soccorritori vuol dire…

… avere l’orecchio allenatissimo a qualsiasi sirena. La si sente quasi a chilometri di distanza, neanche si avesse un radar o un sonar.

L’abilità sta anche nel saper distinguere: ambulanza, vigili del fuoco, polizia? Troppo facile. Il “vero” soccorritore sa anche distinguere di quale croce si tratta… “Ah, questa è la nostra… ed è seguita dall’automedica!”, “Questa non è la nostra, è l’azzurra del paese vicino”, e così via.

A cosa serve questa abilità? Ancora non si sa, però in famiglia fa assumere un’aria da esperti (ironico).

Vita da soccorritore 3

Essere soccorritore vuol dire…

… avere le tasche della divisa che sono peggio di un bazar! Avrai nell’ordine:

  • penne: tante, troppe, non funzionanti nell’occasione, che cadranno dalle tasche nei momenti più inopportuni (classica la caduta della penna che si infila sotto al portellone laterale);
  • guanti: tanti, troppi, spaiati, dalla S alla L, alcuni con il talco, altri così vecchi che sono diventati rigidi;
  • “patacchini”: spille con qualifiche, targhette con nome cognome qualifica gruppo sanguineo… un must! Serve solo a riconoscere la tua divisa quando la lasci sulla sedia, ma vuoi mettere?
  • caramelle, cicche, olio di mentolo, vicks, fazzoletti… tutto quello che serve in caso di nausea/vomito (tuo o del trasportato);
  • foglietti di carta… un’intera foresta di carta di foglietti conservati “nel caso il 118 mi chiamasse mentre sono fuori in servizio, e dovessi prendere nota”;
  • armamentario della giovane marmotta: pila a led, moschettone, coltellino, pile di ricambio, pulsiossimetri personali portatili, ecc;
  • mezzi tecnologici: oltre al tuo cellulare, ti ritroverai la radio del mezzo, il rilevatore del monossido di carbonio, e il cellulare del 118… tutte cose da ricordarsi di lasciare sul mezzo a fine turno (tranne il tuo cellulare, ovviamente). E’ un classico essere già in pizzeria a godersi una bella pizza calda, oppure sotto la doccia, ed essere chiamati “Ehm… Ti sei portato via il cellulare del 118, dovresti riportarlo in sede”;
  • materiale sanitario dimenticato dai servizi precedenti: io personalmente sono un mago a dimenticare nelle tasche, neanche fossero la borsa di Mary Poppins, garze, disinfettanti, cannule, mascherine… Il più l’ho raggiunto non accorgendomi di una forbice Robin (circa mezzo chilo di peso!)

Quando metto la divisa a lavare, riempio un sacchetto della spesa con tutto quello che ho in tasca… e mi dispero pensando a quando dovrò rimetterle tutte al loro posto!

Trauma o medico?

Grosso modo le emergenze possono essere catalogate in due macro-categorie: i traumi e le emergenze mediche. Nei traumi facciamo rientrare tutte quelle conseguenze derivanti da una caduta, un incidente, un colpo ecc., nelle emergenze mediche quelle dovute all’insorgenza di sintomi di natura non traumatica (permettemi l’ovvietà), quindi dal raffreddore all’infarto.

Quando riceviamo una chiamata dal 118, ci vengono riportate le informazioni che l’utente ha passato nella telefonata: questo ci permette di prepararci prima di giungere sul posto e decidere quale attrezzatura portare con noi, in modo da non smontare l’intera ambulanza.

Lo scorso turno riceviamo una chiamata: donna caduta in casa il giorno prima, non si è fatta visitare, adesso non sta bene.

Partiamo, preparando dei presidi per il trasporto di traumatizzati (anche se, essendo caduta il giorno prima, un’immobilizzazione completa appare eccssiva essendomi comunque mossa per più di 24 ore).

Arrivati sul posto, entriamo in una piccola casa. La signora è sdraiata sul divano, visibilmente spossata, con il respiro abbastanza difficoltoso. Iniziamo a renderci conto che l’ipotesi trauma potrebbe non essere quella corretta.

Il marito racconta che il giorno prima è caduta in casa (o meglio, si è accasciata, questo riferisce), picchiando la testa (e mostra un grosso cerotto, adesso sporco di sangue, sulla nuca), ma siccome non ha avuto episodi sospetti di vomito ha preferito non farla visitare. Adesso però racconta che da ieri non si è più mossa dal divano, lamentando un’eccessiva stanchezza.

Iniziamo a raccogliere i dati clinici e i parametri vitali, che rivelano una pressione sanguinea veramente molto bassa. Inoltre la signora muove fa fastica ad articolare le parole, e non trattiene le urine… Quello che il marito ha classificato come conseguenze di un trauma in realtà potrebbero essere le conseguenze di un TIA, ovvero la signora potrebbe avere avuto un ictus transitorio che l’ha portata ad accasciarsi/cadere, ad avere problemi di pressione, di linguaggio e così via.

Occorrono ulteriori indagini, pertanto la signora viene portata in pronto soccorso per essere sottoposta a TAC.

Ecco un piccolo esempio di quanto sia utile uscire pronti ad affrontare un certo tipo di servizio, ma rimanendo aperti anche alle altre ipotesi.

Vita da soccorritore 2

Essere soccorritori vuol dire…

… non essere mai vestiti adeguatamente. In inverno passerai dal caldo (si spera!) della camera da letto della sede, al freddo ghiacciato dei cortili per andare al garage, al freddo metallico del mezzo appena partito, all’afa tropicale del riscaldamento acceso per il paziente. Passerai quindi dallo strato giubbotto+maglione+maglietta+canottiera alla maglietta quasi a mezza manica, con risultati devastanti sulla salute.

Allo stesso modo, non troverai pace in estate, quando vorresti essere in costume da bagno ma invece avrai maglietta a mezze maniche+pantaloni della divisa quando sei in sede, ma durante l’uscita sarai obbligato ad indossare anche il giubbotto, e suderai solo a guardarlo. E dovrai mettere le calze, altrimenti gli scarponi ti devasteranno i piedi. Ah, mi dimenticavo di dire: quasi sempre niente aria condizionata, ne in sede ne sul mezzo.

E non sperare di risolvere il tutto con la pioggia! Quando pioverà avrai dimenticato la cerata a casa, e se l’hai portata con te in sede non l’avrai presa dicendo “Tanto è un intervento in casa”, ma quello in coda sarà un’incidente stradale sotto il diluvio!

Vita da soccorritore 1

Essere soccorritore vuol dire…

… prestare servizio con l’ambulanza la notte di Natale alla chiesa della tua città, e al momento del Vangelo:

“Dal Vangelo secondo Matteo”

“Gloria a te o Cristo”

DRIIIIIIIN! Suona il telefono 118, il CE si fionda fuori dalla chiesa per non disturbare la funzione, recupera velocemente zaino-ossigeno-defibrillatore che avevi messo sotto la panca, ti fai largo nella folla per uscire dalla chiesa (con somma gioia di chi è in piedi, che prende posto sulla tua panca), e parti…. E il paziente rifiuta il trasporto, ma ormai la messa è finita e torni in sede giusto per la fetta di panettone.

(seguiranno future pillole sulla vita del soccorritore)

Sempre più difficile

Continuano le cacce al tesoro sul territorio alla ricerca del paziente perduto… siccome ormai siamo troppo bravi a prevedere gli errori di comunicazione dell’utente, abbiamo alzato il livello aggiungendo il percorso ad ostacoli generato dal meteo.

Le indicazioni fornite dall’utente alla centrale sono le seguenti “Strada per Parigi, seconda casa sulla sinistra”. “Strada per Parigi” è una strada che porta fuori dalla nostra città, si sviluppa in campagna per poi arrivare ad un paese vicino. Capita a volte di andare da quelle parti, non ci sono case direttamente sulla strada ma stradine sterrate che portano a case isolate.

Partiamo, superiamo la prima strada sterrata a sinistra, giungiamo alla seconda strada sterrata e la casa è totalmente al buio. Sarà qui? L’autista si immette nella stradina sterrata, è un percorso alla Camel Trophy, 500 metri pieni di buche e di fango. La casa appare abbandonata, in un piccolo spazio ci sono 2-3 auto abbandonate e cumuli di laterizi. Il capo equipaggio scende con una torcia a controllare, chiama, nessuno risponde.

Dobbiamo far manovra con l’ambulanza e tornare sulla strada principale, ma è più facile a dirsi che a farsi: è una pozza di fango, lo spazio è ristretto, le ruote fanno fatica a fare presa sul fondo. Grazie all’abilità dell’autista, a dei pezzi di legno messi sotto alle ruote e a un numero non meglio precisato di manovre, riusciamo ad uscirne. Tornati sull’asfaltata, proseguiamo verso il paese accanto, facendo ben attenzione ad altre case illuminate nelle vicinanze, qualcuno sulla strada ad aspettarci. Niente da fare. Chiamiamo la centrale e riferiamo il problema, nel mentre torniamo indietro lungo la stessa strada.

La centrale riferisce nuovamente le indicazioni fornite dall’utente (che nel frattempo risulta irraggiungibile perchè il suo telefono è occupato): “prima dell’incrocio c’è la strada per Parigi, percorrendola per un chilometro circa si arriva alla seconda casa, c’è la signora che vi attende in strada”. Questa indicazione è ancora più nebulosa della precedente… Cosa vuol dire “prima”? Da qualsiasi direzioni uno arrivi, c’è sempre un prima… Percorrere un chilometro vuol dire che ci siamo allontanati troppo… signore sulla strada non ne abbiamo viste… e ancora una volta nella nostra città esiste una “strada per Parigi” e una “via Parigi”…

In quel momento incrociamo l’automedica, anche loro stanno cercando il nostro stesso indirizzo. Il loro autista ci dice di stare sulla strada asfaltata, andranno loro a verificare un’altra strada sterrata (per non farci nuovamente impantanare). L’automedica va… e dopo pochi minuti l’autista ci fa segnali con una torcia, hanno trovato la casa.

Oltre ai problemi dei nomi delle strade, anche l’utente c’ha messo del suo aspettandoci non sulla strada ma nel cortile di casa (distante un chilometro dalla strada, quindi non visibile con il buio), ma soprattutto sbagliando a contare la propria casa dall’inizio della strada… Era ovviamente la terza, non la seconda.

Alla fine la Dakar l’abbiamo portata a termine! Che difficoltà ci saranno nel prossimo viaggio? Sempre più difficile… peggio quasi di Candy Crush!

Caccia al tesoro seconda parte

Nel post precedente vi ho resi partecipi di come un’indicazione stradale poco precisa possa causare problemi all’equipaggio dell’ambulanza.

Come promesso, oggi parlerò di un altro problema che aggrava la situazione viabilistica: la toponomastica dei paesi. Signori sindaci, mi sorge dal cuore un appello: italiani popolo fantasioso, perchè dobbiamo avere delle vie con nomi simili o addirittura uguali l’una con l’altra?

Dopo due anni e mezzo di soccorso ormai ho fatto l’orecchio sulle vie che hanno un possibile “omologo”, e quindi se prendo io la chiamata in centralino ho imparato a spiegare immediatamente alla centrale 118 il problema. Qui di seguito alcune conversazioni realmente accadute (per comodità ve le riporto come se si svolgessero tutte al centralino, altre volte invece il 118 viene richiamato dal cellulare quando ci troviamo sul posto e non riusciamo a trovare il paziente).

Io: “Sede”118: “Ciao, mi vai in via Violetta?”
Io: “Il nostro paese ha 6 frazioni, e ciascuna frazione ha una via Violetta… Ti ha specificato se intende la via Violetta del nostro paese o quella di una frazione, e quale?”
118: “Ti richiamo”

Io: “Sede”
118: “Ciao, mi vai in via Trottola?”
Io: “Il nostro paese ha una via Trottola e una via Della Trottola… sei sicuro che sia via Trottola?”
118: “Ti richiamo”

Io: “Sede”
118: “Ciao, mi vai in via Francese?”
Io: “Il nostro paese ha una via Francese e una via Francesi… sei sicuro che sia via Francese?”
118: “Ti richiamo”

Io: “Sede”
118: “Ciao, mi vai in via Rossi?”
Io: “Il nostro paese ha una via Antonio Rossi e una via Marco Rossi… di quale Rossi parli?”
118: “Ti richiamo”

Io: “Sede”
118: “Ciao, mi vai in via Pasqualino?”
Io: “Il nostro paese ha una via Pasqualino, una piazza Pasqualino e una strada Pasqualino, e non sono vicine tra loro… sei sicuro che sia via Pasqualino?”
118: “Ti richiamo”

Io: “Sede”
118: “Ciao, mi vai in via Dietista Cappuccio?”
Io: “Esiste una via Dietista Cappuccio e una via Dietologo Cappuccio… sei sicuro che sia via Dietista Cappuccio?”
118: “Ti richiamo”

Mi è anche capitato di andare “in soccorso” di ambulanze di altre associazioni. Di solito la scena è questa: sento una sirena avvicinarsi a casa mia, si spegne, mi affaccio e vedo arrivare due-tre soccorritori con una barella. So già di avere ragione nell’80% dei casi, ma la domanda la faccio sempre:

Io: “Ciao posso aiutarvi?”
Loro: “Stiamo cercando via Bianchi” (e io nella mia mente “Eccoli qui”)
Io: “Via Bianchi o vicolo Bianchi?”
Sguardo smarrito dei soccorritori…
Io: “Avete il numero civico?”
Loro: “20”
Io: “Allora è sicuramente la via, qui vi trovate nel vicolo… Vi spiego come arrivarci?”