Vita da soccorritore 1

Essere soccorritore vuol dire…

… prestare servizio con l’ambulanza la notte di Natale alla chiesa della tua città, e al momento del Vangelo:

“Dal Vangelo secondo Matteo”

“Gloria a te o Cristo”

DRIIIIIIIN! Suona il telefono 118, il CE si fionda fuori dalla chiesa per non disturbare la funzione, recupera velocemente zaino-ossigeno-defibrillatore che avevi messo sotto la panca, ti fai largo nella folla per uscire dalla chiesa (con somma gioia di chi è in piedi, che prende posto sulla tua panca), e parti…. E il paziente rifiuta il trasporto, ma ormai la messa è finita e torni in sede giusto per la fetta di panettone.

(seguiranno future pillole sulla vita del soccorritore)

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Sempre più difficile

Continuano le cacce al tesoro sul territorio alla ricerca del paziente perduto… siccome ormai siamo troppo bravi a prevedere gli errori di comunicazione dell’utente, abbiamo alzato il livello aggiungendo il percorso ad ostacoli generato dal meteo.

Le indicazioni fornite dall’utente alla centrale sono le seguenti “Strada per Parigi, seconda casa sulla sinistra”. “Strada per Parigi” è una strada che porta fuori dalla nostra città, si sviluppa in campagna per poi arrivare ad un paese vicino. Capita a volte di andare da quelle parti, non ci sono case direttamente sulla strada ma stradine sterrate che portano a case isolate.

Partiamo, superiamo la prima strada sterrata a sinistra, giungiamo alla seconda strada sterrata e la casa è totalmente al buio. Sarà qui? L’autista si immette nella stradina sterrata, è un percorso alla Camel Trophy, 500 metri pieni di buche e di fango. La casa appare abbandonata, in un piccolo spazio ci sono 2-3 auto abbandonate e cumuli di laterizi. Il capo equipaggio scende con una torcia a controllare, chiama, nessuno risponde.

Dobbiamo far manovra con l’ambulanza e tornare sulla strada principale, ma è più facile a dirsi che a farsi: è una pozza di fango, lo spazio è ristretto, le ruote fanno fatica a fare presa sul fondo. Grazie all’abilità dell’autista, a dei pezzi di legno messi sotto alle ruote e a un numero non meglio precisato di manovre, riusciamo ad uscirne. Tornati sull’asfaltata, proseguiamo verso il paese accanto, facendo ben attenzione ad altre case illuminate nelle vicinanze, qualcuno sulla strada ad aspettarci. Niente da fare. Chiamiamo la centrale e riferiamo il problema, nel mentre torniamo indietro lungo la stessa strada.

La centrale riferisce nuovamente le indicazioni fornite dall’utente (che nel frattempo risulta irraggiungibile perchè il suo telefono è occupato): “prima dell’incrocio c’è la strada per Parigi, percorrendola per un chilometro circa si arriva alla seconda casa, c’è la signora che vi attende in strada”. Questa indicazione è ancora più nebulosa della precedente… Cosa vuol dire “prima”? Da qualsiasi direzioni uno arrivi, c’è sempre un prima… Percorrere un chilometro vuol dire che ci siamo allontanati troppo… signore sulla strada non ne abbiamo viste… e ancora una volta nella nostra città esiste una “strada per Parigi” e una “via Parigi”…

In quel momento incrociamo l’automedica, anche loro stanno cercando il nostro stesso indirizzo. Il loro autista ci dice di stare sulla strada asfaltata, andranno loro a verificare un’altra strada sterrata (per non farci nuovamente impantanare). L’automedica va… e dopo pochi minuti l’autista ci fa segnali con una torcia, hanno trovato la casa.

Oltre ai problemi dei nomi delle strade, anche l’utente c’ha messo del suo aspettandoci non sulla strada ma nel cortile di casa (distante un chilometro dalla strada, quindi non visibile con il buio), ma soprattutto sbagliando a contare la propria casa dall’inizio della strada… Era ovviamente la terza, non la seconda.

Alla fine la Dakar l’abbiamo portata a termine! Che difficoltà ci saranno nel prossimo viaggio? Sempre più difficile… peggio quasi di Candy Crush!

Se son rose

Come ogni anno viene organizzato il corso per le “nuove leve”, ovvero i futuri barellieri di ambulanza (o i futuri centralinisti, o autisti, o animatori per bambini, o accompagnatori di disabili…), insomma, per chi vuole iniziare a fare volontariato! Dal mio primo giorno di corso sono ormai passati 3 anni, di acqua sotto ai ponti ne è passata, occasionalmente posso passare “dall’altra parte della barricata” a insegnare qualche cosa ai giovani.

L’altra sera era prevista la lezione pratica di posizione laterale di sicurezza e di BLS. Siccome gli istruttori abituali erano altrove impegnati, ci siamo “dovuti arrangiare” ed io e il mio equipaggio siamo stati coinvolti per la prima volta in una lezione pratica, incrociando ovviamente le dita che non suonasse il telefono costringensoci ad uscire.

Abbiamo organizzato 3 postazioni di lavoro, e ci siamo divisi gli allievi. In questa tornata sono davvero giovanissimi, molti non sono ancora maggiorenni e quindi per alcuni anni non potranno salire sui mezzi, ma solamente operare nel sociale.

All’inizio la “stupidera” regnava sovrana: nonostante avessi solo un’ora per farli provare non volevano entrare in aula, si vergognavano, facevano battutine… capisco bene che la prospettiva di stare inginocchiati su un tappeto accanto al manichino non è la più divertente, ma era l’ultima prova che avevano prima dell’esame.

All’inizio mi sono limitata a illustrare passo per passo, come da programma d’esame, come avrebbero dovuto eseguire il BLS e la posizione laterale di sicurezza; poi, un pò perchè la distrazione saliva, un pò per cercare di motivarli nel proseguire i loro studi, e un pò anche per spaventarli (può capitare a chiunque di dover eseguire un massaggio cardiaco), ho raccontato un pò di aneddoti successi durante i turni di 118. A questo punto i ragazzi si sono sbloccati, hanno fatto delle domande interessanti, molti erano “spaventati” dalle conseguenze che ci possono essere tra il non agire e l’agire ma causare dei danni…

L’ora è volata, loro se ne sono tornati a casa e io spero di aver seminato qualche cosa nelle loro teste… e che cresca!

La badante della badante

Turno di notte, il telefono ci sveglia alle 5 del mattino. Ci riferiscono di una caduta in casa, a chiamare è stata la badante.

Saliamo in ambulanza e andiamo nel paese vicino, la casa si trova in una stretta via a metà strada tra periferia e centro città. E’ una villettina a due piani, vecchiotta ma tenuta bene, probabilmente abitata da 2 famiglie. Al nostro arrivo il cancello è tenuto aperto da un blocco di legno che “oscura” la fotocellula, il portoncino è aperto, ma la porta di casa è chiusa e tutte le luci spente. Facciamo il giro della casa per vedere se qualcuno ci sta aspettando ad una porta sul retro: nessuno.

Ritorniamo al portoncino, ci sono due citofoni riportanti lo stesso cognome: quale suonare? Nel dubbio, li suoniamo entrambi.

In quel momento una voce di donna ci giunge dal retro “Sono qui, sono caduta, venite ad aiutarmi”. Ci avviciniamo, la voce sembra provenire da una finestra che si affaccia sul cortile, stiamo ipotizzando che la signora sia caduta in casa vicino alla finestra e stia invocando aiuto… Quando facendo pochi passi torniamo alla parte posteriore della casa, dove eravamo passati pochi secondi prima, e troviamo una vecchietta seduta sulle scale che portano al piano rialzato. E’ lei che sta urlando. Ma da dove è apparsa?

“Signora è lei che è caduta?”

“Io sono caduta adesso, ma vi ho chiamato per la mia badante che è caduta in casa, andate a vedere lei”.

Rimaniamo alquanto perplessi, nel frattempo ci dividiamo: io rimango con la signora sui gradini, i miei colleghi entrano in casa a controllare. Mi faccio raccontare cosa è accaduto. Durante la notte la badante (una parente alla lontana di circa 70 anni) si è alzata per andare in bagno, ha perso l’equilibrio per un abbassamento di pressione e ha fatto un movimento brusco con la schiena. Dolorante, si è rimessa a letto ma arrivate le 5 il dolore è diventato così intenso da non potersi muovere, ed ha chiamato in suo soccorso l’assistita. La nonnina ha allertato il 118, aperto il cancello e tutto il resto, ma nell’agitazione scendendo le scale dall’appartamento dove abita al secondo per tornare dalla badante al piano rialzato è inciampata nello zerbino, andando per terra.

L’ultima parte del racconto mi sconvolge “Sa, io ho 103 anni!”… Questa vecchietta, un pò sorda forse ma lucidissima, si è presa cura della sua badante, e ha voluto che la riaccompagnassimo in casa a mostrarci che abita da sola insieme alla sorella 98enne, allettata, di cui si prende cura durante il giorno. Nonostante i dolori al costato per la caduta, non c’è stato verso di convincerla a venire con noi a farsi visitare: se lei e la badante fossero venute entrambi in PS, chi avrebbe badato alla sorella? Ci facciamo promettere che, appena la badante fosse tornata dal PS, sarebbe stato il suo turno di farsi vedere dal medico.

Orgogliosa (e forse anche un pò testarda) fino in fondo, non ha voluto che l’accompagnassi per l’ultimo tratto di scale fino al suo appartamento… Però, mica male la 103enne!

Rianimare

In questo blog ho sempre parlato di viaggio 118, ma fare il volontario in ambulanza comprende anche un’altra categoria di viaggi: sono i cosiddetti “secondari”, ovvero viaggi che non dipendono dal 118 e che (in teoria, come tra poco vedrete) non prevedono situazioni di emergenza/urgenza. Questi viaggi sono ad esempio dimissioni da ospedale a casa privata, trasferimenti tra strutture ospedaliere, trasporti (sacche di sangue, esami di laboratorio), accompagnamenti per visite, ecc… In questa categoria rientrano inoltre le “rianimazioni”, ovvero mettere a disposizione l’ambulanza e l’autista (a volte anche 1 barelliere, a seconda dell’ospedale), caricare oltre al paziente un medico rianimatore e un infermiere e accompagnare tutti presso una rianimazione, una sala tac, un reparto specializzato. Le rianimazioni possono essere richieste “all’improvviso” (un paziente si aggrava e deve essere trasferito urgentemente) oppure “prenotate” (il tal giorno un paziente deve essere operato, quindi lo si trasferisce accompagnato dal rianimatore).

Perchè questo cappello iniziale? Perchè ogni tanto capita anche a me di non effettuare un servizio come 118 ma come barelliere di viaggi secondari, e poco tempo fa mi è capitata una rianimazione diversa dal solito.

Veniamo chiamati da un reparto dell’ospedale cittadino per una rianimazione verso l’unità coronarica. Arrivati in reparto aspettiamo qualche minuto l’arrivo del rianimatore, nel frattempo il medico del reparto osserva piuttosto preoccupato le condizioni del paziente. Arrivato il rianimatore e l’infermiere, iniziamo a trasferire il paziente sulla barella. Disponiamo il telo, ci facciamo aiutare e spostiamo il paziente dal letto alla barella. Questione di pochi secondi e… il paziente va in arresto!

E’ la prima volta che mi va in arresto un paziente durante una rianimazione: ho portato pazienti messi più o meno bene, reduci da interventi o necessitanti di uno, ma mai in condizioni così critiche. Ammetto di essere rimasta un attimo spaesata, trovarmi in reparto di ospedale senza la mia dotazione standard dell’ambulanza, senza la disposizione che conosco a menadito dei dispositivi sul mezzo, senza il mio solito equipaggio… Insomma, non me lo aspettavo proprio.

Dopo un attimo di smarrimento il rianimatore assegna i ruoli: viene alzata la barella, l’infermiera prepara il materiale per l’intubazione e attacca il monitor, il mio collega sale su una sedia e inizia subito il massaggio cardiaco, io attacco l’ossigeno e mi metto a disposizione del team. Nella confusione generale l’infermiera mi chiede di aiutarla passandole delle siringhe e preparando il gel per le piastre del defibrillatore.

E’ la prima volta che vedo usare un defibrillatore “manuale”, non il semi-automatico che usiamo a bordo dell’ambulanza. Messo il gel, calibrata la potenza, il medico allontana dal paziente, posiziona le piastre dul torace, non dice “libera” ma un meno spettacolare “state tutti lontani” e scarica. Le braccia e le gambe del paziente si alzano in aria e ricadono, la schiena si inarca. Guarda il monitor, si continua a massaggiare e a somministrare farmaci. Dopo poco nuova scossa: adesso il monitor è abbastanza soddisfacente, grazie all’intubazione la saturazione è salita, il polso arriva a 130 battiti. Il paziente rimane ovviamente incosciente.

Chiudiamo le chinghie della barella, copriamo il paziente e tutti i fili che escono, controlliamo di aver preso tutta l’attrezzatura e corriamo prima verso l’ambulanza, e poi di corsa con le sirene accese verso l’ospedale finale, non più in unità coronarica ma direttamente in rianimazione.

Passiamo davanti ai parenti che attendono l’arrivo del paziente, entriamo nel reparto e aiutiamo a trasferirlo sul letto, dove viene nuovamente monitorizzato: grazie al lavoro di squadra è arrivato incosciente ma ancora vivo, con i parametri tutto sommato soddisfacenti.

Riaccompagniamo il rianimatore e l’infermiera all’ospedale di partenza, sia loro che noi dobbiamo pulire e rifornire l’attrezzatura, il turno è ancora lungo.

Dove sta la ragione

Come soccorritori ci troviamo spesso ad operare in situazioni di disagio che né il corso di formazione né la propria esperienza personale ci insegna ad affrontare, ed occorre in qualche modo affidarsi alle proprie sensazioni.

Un pò di tempo fa la centrale ci manda su un caso di lite domestica, carabinieri già sul posto. Scendiamo con il nostro zaino e saliamo le scale del palazzo, sentendo già le urla provenire dai piani superiori.

La scena di per sé non è tragica (solo qualche soprammobile rotto, ma nessun ferito in vista), ma il nervosismo è nell’aria. In cucina con un carabiniere ci sono due genitori in lacrime, visibilmente agitati. L’altro carabiniere bussa alla porta del bagno, dove delle urla femminili gli impongono di andarsene.

Ci facciamo raccontare cosa è successo: la figlia, ancora minorenne all’epoca (adesso maggiorenne), è in cura presso due centri di recupero per adolescenti per problemi avuti in passato. Deve seguire un rigido piano di “reinserimento”, costellato di regole da rispettare. Logicamente i genitori devono fare i conti con l’indole ribelle tipica degli adolescenti. Lo scontro di quel giorno riguarda il permesso di uscire: la ragazza era già stata in giro con gli amici nel pomeriggio, ma vorrebbe uscire anche la sera per andare al cinema. I genitori non sono d’accordo, sia perchè non è permesso dalle regole sia perchè hanno paura che al cinema incontri il ragazzo, molto più grande di lei, che reputano la causa di tutti i problemi.

Lo scontro è nato da questo: sono volate parole dure ed oggetti, alla fine lei si è chiusa in bagno salvo uscire ad intervalli regolari per urlare parolacce ai genitori, ormai impietriti sulle seggiole in cucina. Nessuno necessita di soccorso da parte nostra, non ci sono ferite fisiche bensì ferite all’anima.

Qui occorre una grande opera di intermediazione: un carabiniere e un collega vanno a parlare con la figlia, noi con i genitori. Cerchiamo di capire bene le problematiche che ci sono da entrambe le parti, e cosa si vuole esattamente ottenere. La ragazza spiega che vorrebbe semplicemente andare al cinema, con i suoi compagni di scuola, a vedere la prima di un film. I genitori sono preoccupati che lei possa commettere qualche stupidata vista la presenza del ragazzo, e che lasciarle infrangere le regole una volta possa essere problematico.

Proponiamo ad entrambi una soluzione: accetterebbe la ragazza di andare al cinema accompagnata dal genitore, questo rimane in sala pur a debita distanza, e finito il film torna subito a casa? La ragazza sembra disponibile accettare la proposta, ma ci si scontra con una difficoltà: solo un genitore ha la patente, e quella sera deve lavorare, non può accompagnarla.

Allora perchè non andare al cinema un altro giorno, in modo da potersi organizzare con la macchina? Questa volta i disponibili sono i genitori, ma la ragazza è inamovibile: i suoi amici vanno quella sera, per lei sembra impensabile non andare la sera dell’uscita del film, quindi non accetta la soluzione.

Restiamo in casa quasi 2 ore cercando di mediare tra le due posizioni, alla fine una telefonata d’urgenza ci obbliga ad andarcene (come già detto nessuno necessita di cure, nesusno vuole venire in pronto soccorso) e lasciamo continuare l’opera dai carabinieri. Riusciamo a strappare la promessa di una maggiore elasticità da entrambe le parti, pur nel rispetto delle regole.

Ogni tanto ci penso ancora a questa situazione, nonostante siano passati mesi, mi chiedo se alla fine siano arrivati ad una soluzione.

Puoi solo stare a guardare

Siamo a metà di un turno festivo, suona il telefono: la centrale ci manda in una casa di riposo di un paese vicino, codice verde, anziano con dolori addominari ed anuria (non riesce a fare pipì).

Arriviamo alla casa di riposo, carichiamo lo zaino sulla barella e saliamo al piano. Troviamo questo vecchietto, sdraiato su un fianco, che si aggrappa disperato alle spondine del letto, urla e si tocca l’addome. C i riferiscono che, sebbene cateterizzato, non urina dal giorno precedente. Lui ha una cartella clinica a dir poco infinita, nonchè demenza senile e quindi non c’è collaborazione da parte sua, non riusciamo a farci spiegare cosa sente.

Carichiamo in ambulanza e ci dirigiamo verso l’ospedale, dove o riposizioneranno il catetere (nel caso sia una cosa lieve), o indagheranno maggiormente con tac e con ricovero in caso più grave. Il viaggio, sebbene duri pochi chilometri, è penoso: nonostante i nostri tentativi di calmarlo e di parlargli, non riusciamo ad abbattere la barriera che la malattia ha creato tra noi e lui. Le sue mani stringono la spondina della barella, le nocche diventano bianche per lo sforzo, le braccia non trovano riposo e sono sempre in movimento… Si aggrappa alla bombola dell’ossigeno (per fortuna è ben fissata per terra, nessun rischio), poi alle coperte, poi alla cinghia che lo tiene alla barella. Mettiamo in sicuro qualsiasi cavo si trovi nelle sue vicinanze, e poi non possiamo fare altro che stargli vicino, cercare di rincuorarlo ed evitare che si faccia male (magari staccandosi il catetere).

E’ un viaggio fatto di urla, riusciamo solo a capire “Aiuto” e “Mamma”: guardandolo mi sembra di rivedere mio nonno, quando era ricoverato in ospedale, sono quasi coetanei. Arriviamo in ospedale e lo lasciamo nelle mani nei medici.

Dopo un paio d’ore la situazione si sblocca, e potrà fare ritorno in casa di riposo.