Codice rosa

Questo codice non esiste “ufficialmente” come codice di invio dei mezzi di soccorso, ma come lo definiscono alcuni siti “identifica un percorso di accesso al pronto soccorso riservato a tutte le vittime di violenze, senza distinzione di genere o età che, a causa della loro condizione di fragilità, più facilmente possono diventare vittime di violenza: donne, uomini, bambini, anziani, immigrati, omosessuali”.

Durante l’ultimo turno riceviamo una telefonata: moglie picchiata dal marito, si è rifugiata a casa di una vicina. L’equipaggio è composto da 3 uomini e da me, e da barelliere vengo promossa a capo-equipaggio in modo che la donna possa parlare con una donna.

Giungiamo sul posto, saliamo nell’appartamento e troviamo la ragazza rifugiata su un divano: trema come una foglia, la maglia della tuta ha un grosso strappo sulla spalla, ha gli occhi persi nel vuoto. Mi inginocchio davanti a lei, in modo da guardarla negli occhi, e inizio a chiederle come sta, se è già successo in passato, dove è stata picchiata e chi è stato. Lei non risponde, scuote lentamente la testa, poi vedo che con gli occhi indica dietro di me.

Intuisco che il marito si trova ancora nell’appartamento, anzi è dentro la stanza, faccio segno ad un mio collega che lo accompagna fuori (per fortuna è calmo, ma i carabinieri che possono fare anche da deterrente non sono ancora arrivati).

Rifaccio le domande alla ragazza: non parla, annuisce o scuote lentamente la testa, mi indica con un dito dove è stata picchiata. Ci riferisce di non sentire le gambe, di non riuscire a muoverle: un rapido controllo esclude la componente traumatica, è tutta colpa dello spavento.

Acconsente di venire con noi in pronto soccorso. Durante il viaggio inizia ad aprirsi: è più giovane di me, è scappata dalla città dove viveva perchè non sopportava più la sua famiglia, ha due figli piccoli. Dal marito si è separata da neanche un mese, dopo 6 anni di botte, ma quando si vedono per la custodia dei bambini i litigi sono all’ordine del giorno.

Quello che le dico suona banale persino alle mie orecchie: nessuno deve arrogarsi il permesso di picchiare nessun altro, soprattutto una donna davanti ai bambini (“Ma non è ubriaco quando mi picchia”, prova a difenderlo), deve cercare di tutelarsi maggiormente, soprattutto per loro (“Ma con loro non è violento”, tenta ancora).

La lasciamo in pronto soccorso per la visita, raccomandandole ancora di chiedere aiuto: adesso riesce a parlare, a camminare, ma quando incrocia gli occhi della squadra questi si riempiono subito di lacrime.

Spero davvero che ce la faccia.